BERDYCH ALL’ASSALTO DI NADAL

Berdych e Nadal si guadagnano l’accesso alla finale dei Championships di Wimbledon. Cammino quasi parallelo per i due, affanni iniziali fino a raggiungere l’acme della forma in vista del match-clou

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Wimbledon (Londra) – Lo Slam inglese, per tradizione, a meno di clamorosi assoli offre spesso vincitori passati attraverso calvari, sofferenze, rimonte prodigiose, stenti iniziali, inattesi risvegli. Un torneo simile alla “grande boucle”, ad un Tour de France della racchetta giocato in elegante smoking bianco. Occorre superare indenni il Tourmalet, magari attaccare in testa il Mont Ventoux, tenere d’occhio qualche ingobbito “grimpeur” che ha voglia di scrivere la folle impresa leggendaria, evitare la “cotta” storica e limitare i danni fino alla fine, liberando tutto nella cronometro degli Champs Elysées.

Il cammino di Tomas, l’ex (presunto) ragazzo prodigio. Non è stato certo un percorso agevole quello del ceco. L’insidia maggiore gli è arrivata da Istomin, uzbeko, grande erbivoro per caso. Contro il biondo frigorifero extra-large dell’est, Tomas è stato davvero a pochi passi dalla sconfitta. In un match truculento, ha pazientemente (uh-uh) fatto valere alla distanza la solidità del terrificante uno-due dritto-servizio. Un’arma che, lo si dice da sette anni almeno, potrebbe davvero consentirgli l’accesso alle nobili vette della classifica. E che invece è stata spesso usata in modo insensato, miope, assolutamente fuori dal controllo di ogni spartano tatticismo. I segnali di risveglio per il lattiginoso puledro atrofizzato di cechia s’erano già avuti, nitidi, nei mesi scorsi. La finale a Miami, fino a quella sfiorata d’un soffio al Roland Garros, dopo una bella cavalcata. Un picchiatore buono per ogni superficie. Se solo non avesse quella faccia da murena con gli occhi spiritati e senza sopracciglia, se riuscisse a capire dove picchiare, quando fermarsi, e soprattutto dove si trova il ring…Insomma, potenzialmente un gran tennista questo ceco. E se davvero vorrà una rivalsa per ogni partita gettata al vento in questi anni, ce lo ritroveremo tra i primi 5/6 al mondo per un lustro di sofferenza. Scampato il pericolo Istomin, ha poi balbettato un pò contro Brands, pertica teutonca insospettabilmente virtuosa nel domare l’erba. Fino al match della svolta, in cui ha picchiato sodo sulle ferite dell’ex monarca in disarmo, Federer.

Steso Djokovic, ecco la prima finale di major. L’alone di possente invulnerabilità ha accompagnato Berdych anche nella semifinale con Novak Djokovic, serbo che pure nei match precedenti aveva dato l’illusoria sensazione di una minor frenesia brutale e sfarfallante. E’ bene premetterlo, il match è di una bruttezza che si fa fatica a raccontarlo. Ti assale una sensazione di intorcinamento e svuotamento cerebrale. Come assistere ad un concerto di Arisa che intona tutto il repertorio degli Intillimani. Una semifinale sui sacri prati erbosi tra Djokovic e Berdych è parente stretta dell’oltraggio alla tradizione ormai oltraggiata. E’ un balletto dell’Opera di Parigi, con ballerine dalle gambe pelose, che volteggiano incuranti. E ve la immaginate l’eterea bellezza di Eleonora Abbagnato con le gambe pelose? No. A meno che non siate eccentrici, amanti dell’orrido, o sessualmente instabili. Chiamatelo pure atto di saccenza, snobismo degno di un radical chic un filo dandy e magari invertito, applicato al tennis. Mi interessa poco degli “inferiori” che si sentono tali.

Ricordando Mayotte-Leconte. Ad uno che ha iniziato a vedere tennis su erba con Mayotte-Leconte, Berdych-Djokovic continua a sembrare un tremendo dileggio, un atto di tale atrocità gratuita da rendere necessaria una petizione ad Amnesty International. Tim Mayotte, il gentleman yankee con le sopracciglia folte dallo svolazzante serve&volley limpido e cristallino, contro il rotondetto geniaccio mancino di Francia, con le gote rubizze da contadinotto della Provenza. Servizi, colpi di volo, tuffi acrobatici, e prodigiose limelle mancine in perenne controbalzo di “Riton”. Volendo fare un parallelo inverosimile, dividendo per undici i fattori, è come assistere in tempi moderni a Mahut-Melzer. E invece eccole lì, le tremebonde roncole, talvolta insensate dei due nuovi eroi del millennio civile. L’immagine del tennis che muta, dove sull’erba può vincere anche chi gioca a questo modo, o addirittura arrotando palline come uno squilibrato in preda ad un raptus omicida. E magari un giorno vedremo anche ballerine dell’Opera con le gambe pelose e i baffetti da sparviero.Alla fine prevale Berdych, più ordinato, potente e fluidamente incisivo dei due. Raggiunge la prima finale in uno slam, con grande ritardo rispetto alle pompose premesse. Affronterà Nadal da sfidante nettamente sfavorito. I bookmakers non sbagliano mai, o cannano di brutto. Le armi per infastidire il maiorchino le avrebbe anche. Ma non basta per matare i tori di Pamplona. Occorre giocare tre set di assoluta perfezione annichilente. Sarà mica un gioco da ragazzi o da potenziali campioni. Tomas deve dimostrare di non essere più una promessa.

Nadal, tra iniziali tormenti e tentennamenti. Era arrivato a Londra non certo coi favori del pronostico, il nuovo numero uno. E le prime esibizioni non hanno fatto altro che acuire quella sensazione. Grandi affani con Haase, e contro il tedesco Petzschner. Qualcuno, al solito, ha cominciato ad avanzare dubbi sulla salute delle povere ginocchia, violentate da quel tennis forzuto e disumano. Sembrava di assistere a “Medicina 33”, col sempre sagace Luciano Onder che ci espone con solerzia l’annoso problema della piorrea acuta o delle vene varicose. Si è cavato fuori dalla buca a tratti con coraggio, determinazione, rifrulli e scafati trucchi da rabdomante. Ma su questo non mi dilungo ancora, perché giammai vorrei togliere ai molti supporters dell’iberico l’onanistica immagine del virginale eroe senza macchia, quasi il simulacro del Cristo in terra, che tra poco verrà proposto per impartire l’urbi et orbi alle umane genti vestito nel candore del suo bianco abbagliante.
Accecati miliziani a parte, quello di Nadal è stato un torneo in prodigioso crescendo. Salvatosi nei primi turni, è sembrato sempre più a suo agio su una superficie inizialmente infida. Ha arginato la potenza sgomenta di Soderling, con recuperi e schiaffi arrotati al limite dell’umanoide concezione. Uno stato di grazia fisico e tecnico che viste le premesse, non si credeva potesse ritrovare anche sull’erba londinese.

Stroncate le resistenze di Murray, e dell’intero Regno Unito. Quella tra Rafa e l’eroe di casa Andy Murray, era la semifinale più attesa. Lo scozzese ci prova, ma fornisce la brutale impressione che gli manchi sempre qualcosa. A New York o Melbourne contro Federer, ieri contro Nadal. Forse un colpo definitivo, che si incastoni dentro quel tennis a tratti deliziosamente ricercato ed anaorgasmico. Ieri ci ha provato, anzichenò. Ma era intrappolato in un morsa d’acciao arroventato. Gran difese per arginare i fendenti uncinati dell’iberico, senza la lucidità per sovvertire l’inerzia dello scambio. O attacchi geometrici che quell’altro, come un satanasso instancabile, gli rimandava indietro con un effettaccio maligno, fino a mandarlo in tilt. Quali chances aveva allora Murray? Nessuna. Colpi di spillo dello scozzese, e proditorie legne chiodate del maiorchino. Il match è filato via così, malgrado le occasioni avute da Andy per riaprire il match. Qualche inquadratura dell’eroe dei mondiali di calcio in Sud Africa (perché non ha giocato) David Beckam. Mancava Don Fabio, forse appeso ai ceppi dal moderato popolo inglese. Nadal vince, Nadal guarito dal grottesco malessere della sconfitta imminente, Nadal domina, Nadal appare invulnerabile nel suo tennis estremo, che sull’erba più che altrove rimanda all’idea di un irripetibiile fenomeno contro natura. E con quella bella faccia espressiva quasi di gomma, da figlioccio di Dario Fo, si libera in mille espressioni. Sbuffa, ostenta smorfie di fastidio, come volesse convincersi d’essere accerchiato da qualcuno. Una sindrome “mouriniana”, che a meno di clamorosi intoppi, lo porterà al secondo successo a Wimbledon.

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