FEDERER SENZA LIMITI. MURRAY NE HA ANCORA

Nella finale di Wimbledon, Roger dimostra di essere più forte del tempo che passa e di poter ancora dominare il tennis. Da domani sarà ancora numero uno del mondo. La Gran Bretagna dovrà ancora aspettare per riprendersi un titolo, che manca dal lontano 1936

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Londra (Regno Unito). Fred Perry può dormire sonni tranquilli. Per un altro anno almeno, sarà ancora lui l’ultimo tennista britannico ad aver vinto il torneo di Wimbledon. Non ce l’ha fatta infatti Andy Murray a vincere quel titolo ai “Championships”, che manca ai sudditi di sua maestà dal lontano 1936. Chi invece da oggi non sarà più il detentore unico di ben due record è Pete Sampras, raggiunto da Roger Federer a quota sette Wimbledon vinti e, da domani, a quota 286 settimane complessive da numero uno del mondo.

La classe non ha età. Lo svizzero ha dimostrato una volta di più di essere un campione immenso, la cui classe sconfinata permette di superare qualsiasi ostacolo, anche quelli del tempo. A 31 anni Roger Federer ha vinto il suo diciassettesimo slam, a due anni e mezzo di distanza dall’ultimo successo di Melbourne. È il primo giocatore a vincere a Wimbledon dopo aver superaro la soglia dei 30 dal 1975, quando la stessa impresa riuscì ad Arthur Ashee. Il lungo digiuno slam di Federer, aveva fatto pensare che forse, almeno sulla distanza dei tre set su cinque, l’epopea vincente di Roger Federer fosse finita, perché Nadal, Djokovic e lo stesso Murray avevano a disposizione risorse fisiche troppo superiori allo svizzero, che nelle partite lunghe era destinato ad avere inevitabilmente la peggio. Oggi Roger ha smentito tutti, dimostrando grandissima tenuta fisica e riservando il meglio per la fase conclusiva del match, dopo i primi due parziali giocati con il freno a mano leggermente tirato.

Andy ad un passo dalla gloria. Fino alle battute finali del secondo set, Murray sembrava avere in mano le chiavi del match e l’impressione era che lo scozzese dovesse solo assestare il colpo del ko, per indirizzare definitivamente il match dalla sua parte e per allungare le mani verso l’agognato trofeo. Nel primo set infatti Murray ha giocato un gran tennis, aggressivo come in poche altre occasione, per nulla teso nonostante il grande palcoscenico, per lui inedito. Anche nella seconda partita il britannico dava un’impressione di superiorità, mentre Federer appariva poco centrato, specialmente con il diritto. Probabilmente, se il britannico avesse concretizzato una delle quattro palle break avute nel secondo parziale, ora staremmo commentando un epilogo diverso e quello con le lacrime nel corso della premiazione non sarebbe stato lui. Sul 6-5 in favore di Federer nel secondo set, la svolta decisiva: lo scozzese ha sciupato male un vantaggio di 30-0 e Federer si è letteralmente andato a prendere il suo settimo trofeo di Wimbledon.

Roger il cannibale. Le due sensazionali volee che hanno chiuso la seconda partita, probabilmente rimarranno nella storia, ma la cosa più impressionante della prova di Federer a partire dalla fine del secondo set, fino alla conlusione dell’incontro, non è stata tanto la qualità del gioco e la bellezza indubbia dei colpi, quanto piuttosto la “fame” mostrata dallo svizzero, che un volta ristabilita la parità ha giocato ogni singolo punto con impegno e con la massima attenzione, sbagliando pochissimo. Quando Federer gioca a questo livello, con questa voglia, nessun tennista al mondo può batterlo e non è una sorpresa che da quando lo svizzero ha cambiato marcia, a fine secondo set, Murray non ha più visto nemmeno una palla break.

Eterno secondo. Murray oggi ha poco da rimproverarsi, ha giocato un grandissimo match, al contrario di quanto non avesse fatto nelle precedenti tre finali di slam disputate e perse senza vincere nemmeno un set (almeno la consolazione di aver rotto questo tabù). Se proprio vogliamo trovare il pelo nell’uovo, lo scozzese avrebbe dovuto giocare meglio i punti conclusivi dei game. Troppe volte Andy si è trovato avanti e aha sciupato il vantaggio di due o tre quindici, gettando al vento un numero altissimo di palle game. Esemplare in questo senso il game che di fatto ha deciso la partita, quel sesto gioco del terzo set, appena dopo la ripresa del gioco dopo la pioggia, durato quasi 20 minuti, ma che lo scozzese avrebbe dovuto chiudere quando si era trovato 40-0. Il colpo subito in quell’occasione ha tramortito Murray, che non è stato più in grado di rialzarsi. Per lui dopo quattro finali di slam perse, rimane la piccolissima consolazione del fatto che anche Ivan Lendl, suo allenatore, prima di vincere il primo dei suoi otto titoli major (Roland Garros 1984), avesse perso le prime quattro finali disputate.

Non finisce qui. Comunque sarebbe finita, questa finale sarebbe stata storica. La Gran Bretagna dovrà ancora attendere per tornare a gioire, ma questo Murray quasi sicuramente avrà altre chance. La copertina per il momento è tutta per Roger Federer, il cui settimo successo è il giusto riconoscimento per il campione che forse più di tutti, anche più di Sampras, ha accostato il suo nome a quello di Wimbledon. Manca soltanto una cosa per rendere ancor più “sacra” l’unione tra il campione di Basilea ed i prati di Church Road: la medaglia olimpica , uno dei pochi titoli di cui la bacheca di Federer è sprovvista. Fortunatemente Roger potrà rimediare a questa mancanza, tra appena 21 giorni. Stesso posto, stessa ora.

Articolo di Luca Marrelli

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