PERDENTE A CHI?

Suscita curiosità la composizione di una delle coppie al via in uno dei nutriti tabelloni del torneo ad inviti di Wimbledon: Cedric Pioline e Goran Ivanisevic vantano un passato da perdenti, riscattatisi in grande stile nella parte finale delle loro carriere

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Londra (Gran Bretagna) – Il carattere di un uomo è il suo destino: questa massima eraclitea ben si sposa come introduzione a quanto sarà oggetto del prossimo articolo, che avrà uno scenario ben distante dai paesaggi dell’Anatolia che videro muoversi il filosofo autore di tale pensiero. Prendendo infatti spunto dal tradizionale torneo di doppio ad inviti che si sta svolgendo in questi giorni a Wimbledon – ogni anno sempre più ricco di personaggi e protagonisti del tennis del passato – non è potuta passare inosservata una coppia di giocatori di primo acchito molto distanti, ma in realtà uniti da diversi fattori, tra cui uno davvero poco profondo, ovvero l’essersi distinti in epoche contemporanee. Da un lato dello stesso versante del rettangolo di gioco la furia mancina del croato Goran Ivanisevic, classe 1971, dall’altro l’enigmatica poliedricità del francese Cedric Piolone, classe 1969. Due giocatori molto in voga nel corso degli anni ‘90, sebbene per entrambi la vera gloria sia giunta nel decennio successivo, quando ormai tutti davano per scontato che, pur possedendo un tennis a tratti piacevole – ma anche qui, c’erano diverse opinioni – non disponessero di un carattere che li potesse aiutare nelle situazioni importanti. E così il destino non concedeva loro la gloria cui altrimenti avrebbero potuto ambire

Goran, il servizio e non solo.
Il più famoso tra i due fu senz’ombra di dubbio Goran Ivanisevic, talento precoce della neonata nazione croata, andatasi formando proprio mentre lui stava diventando una delle maggiori attrazioni del circuito mondiale. Una situazione che lo ha sicuramente forgiato e minato caratterialmente allo stesso tempo e che non lo ha lasciato impassibile – noto il suo disprezzo per Monica Seles, non tanto perché serba, ma piuttosto perchè dichiaratasi poco interessata a questi avvenimenti in un percorso che l’avrebbe gradualmente portata ad assumere la nazionalità a stelle e strisce – in quegli anni in cui aveva anche cambiato il suo look, passando da una folta capigliatura al taglio corto che lo avrebbe da allora caratterizzato. Ma c’era un elemento che ancora più intensamente lo ha identificato ed è stata la disperata ricerca di un successo importante, qualcosa di più di quei due Super 9 indoor – circuito equiparabile ai Master 1000 attuali – che già poteva vantare nella sua bacheca a 22 anni. E quel trionfo sarebbe dovuto arrivare nel Gotha del tennis mondiale, quel Wimbledon che col tempo da sogno si era trasformato in ossessione, perché nel suo decennio d’oro in ben tre occasioni si era qualificato per la finale, finendo sempre sconfitto. Nel 1992 ci aveva pensato Andre Agassi, al termine di una battaglia di cinque set, poi per due volte consecutive (’94 e ’98) era stato Pete Sampras a risultare ostacolo invalicabile – non senza qualche rammarico nella seconda occasione. Niente da fare, però, Goran Ivanisevic, per anni top-ten fino ad aver ricoperto il ruolo di secondo giocatore al mondo, sembrava destinato a venire ricordato come uno dei più forti giocatori su erba a non aver mai vinto il titolo di Wimbledon.

Cedric, un talento particolare. La carriera di Cedric, attualmente commentatore della televisione francese, si è invece sempre distinta ad un livello più basso, outsider a tutti gli effetti con licenza di lasciare il segno quando le circostanze glielo concedevano. Ma anche in lui, in realtà, sorgevano grandissime pecche a livello psicologico quando si materializzavano quelle situazioni che lo avrebbero potuto portare ad effettuare un salto qualitativo ben definito. Non a caso la situazione che lo segnò più profondamente nei primi anni di frequentazione del circuito fu la sua idiosincrasia alle finali, dato che, per aggiudicarsi un titolo ATP, ottenuto peraltro sulla soglia dei 28 anni,  dovette giocarne ben 10, di lignaggio ben differente in realtà. Perché si passava da tornei di infimo valore, come queli di Bolzano o Lione, fino alla finale di uno Slam. Sì, avete capito bene, di un torneo dello Slam, quello di Flushing Meadows per la precisione, anno 1993. Nulla da eccepire sui tre set che permisero a Sampras di fare poi suo il secondo titolo newyorchese, così come poca partita ci fu nella seconda occasione in cui il francese sfidò lo statunitense in un palcoscenico di pari valore, a Wimbledon, nell’anno 1997: due finali Slam conquistate grazie a due “corridoioni” in cui Pioline si è buttato senza farsi pregare. Perché se trovava la vena, il suo tennis inusuale e vario, adattabile ad ogni superficie e poggiato su un rovescio di buonissima qualità, sapeva diventare davvero ostico come quello di pochi altri suoi colleghi. E dove non potevano loro, ci pensava quella strana attitudine ad auto-affliggersi, che lo portava addirittura a giocare degli “unperfect game” – giochi di soli doppi falli – oppure a smarrirsi in momenti topici. A titolo esemplificativo, si ricordi che in sei occasioni Cedric ha infatti disputato partite decise in un quinto set ad oltranza, durante le sue partecipazioni Slam, e per ben cinque volte è stato sconfitto. Troppi indizi che confermavano la fragilità della sua psiche.

Combattere la propria paura. Entrambi sono così stati a lungo segnati dalle proprie scorie mentali, vinte solo quando, ormai, tutto sembrava volgere in altra direzione. Un destino apparentemente segnato che ha subito una netta inversione di tendenza proprio grazie ad un elemento insperato, la forza caratteriale; su basi diverse, sia chiaro, così come differenti erano però le loro velleità.

Il primo successo di Pioline. Partendo dal francese, sul quale pesavano meno attese, si è già detto del primo successo, ottenuto al decimo tentativo, ai danni del danese Kenneth Carlsen nell’edizione del “suo” torneo – ovvero Copenaghen – nel 1997. Curioso constatare che da quel momento in poi Cedric ha mutato il suo record nelle finali passando da un eloquente 0-9 ad un più benevolo 5-3, con gli ultimi tre successi ottenuti in maniera consecutiva tra Nottingham (erba), Rotterdam (cemento) e Montecarlo (terra battuta), a testimoniare una volta di più la sua capacità di essere un giocatore buono per ogni stagione; oltre ad essere estremamente longevo, perché quello in terra monegasca sarebbe stato infatti anche il titolo più prestigioso della sua intera carriera. Correva l’anno 2000 e, proprio grazie ad esso, Pioline avrebbe raggiunto il suo best ranking (di quinto giocatore al mondo), posizionandosi nella top ten a 31 anni compiuti, situazione vissuta soltanto per poche settimane nelle stagioni precedenti. Con questi successi e con questo finale di carriera Pioline ha anche in parte cancellato quella nomea di “Calimero” che lo ha accompagnato per buona parte della sua vita sul campo da gioco. Che noi non dimentichiamo, per non scordare quanto sia stato bravo nel migliorarsi.

Goran e Wimbledon 2001. Possiamo invece definire tranquillamente clamoroso quello che avvenne a Ivanisevic nel corso dell’edizione di Wimbledon 2001, un fatto piuttosto noto e che è diventato emblematico di quanto la forza di volontà possa piegare qualsiasi (presunta) maledizione, come lo era quella del tennista croato nei confronti dello Slam su erba. Afflitto da inenarrabili problemi alla spalla sinistra, il croato era uscito da alcuni mesi dai primi 100 giocatori della classifica mondiale – in cui era stanziato per circa 11 stagioni – avvenimento che gli precluse l’accesso diretto al tabellone di Wimbledon di quell’estate. Gli organizzatori, noto che il suo fascino agli occhi degli appassionati era rimasto intatto, decisero di concedergli una wild card. Una wild card che avrebbe permesso a Goran di scrivere un racconto autentico dal sapore cinematografico, ricco di emozioni e di aneddoti. Da quella spalla malandata che ogni mattina sembrava non permettergli di scendere in campo fino ai cartoni dei Teletubbies di cui faceva incetta la mattina per entrare in uno stato di profonda concentrazione e tenere a bada le sue celeberrime tre personalità, dallo sfogo che lo ha salvato durante le continue interruzioni nel corso della semifinale contro Tim Henman fino al gioco conclusivo della finale, disputata di lunedì, contro Pat Rafter. Un game lungo, in cui il croato alternava punti di pregevole fattura a sciocchezze, aces di seconda palla a doppi falli di metri, come se titubasse ormai giunto a pochi metri dal traguardo, col timore di fare la fine di un Dorando Pietri tennistico, stremato più che dalla stanchezza dalle stesse tare mentali che lo avevano frenato in tutti quelli anni. No, non quella volta: Goran avrebbe superato la sua ultima paura e avrebbe ottenuto quel titolo, grazie al quale il mondo, quantomeno il suo, sarebbe sembrato un posto migliore, almeno per un giorno.

Superamento dei propri limiti. Goran e Cedric, oggi, si divertono sui campi londinesi, quegli stessi campi che nove anni fa Ivanisevic calcava da prossimo campione, gli stessi manti che tredici stagioni orsono avrebbero regalato a Pioline la sensazione che, alla seconda finale Slam, il suo nome, affianco a quello dei migliori della sua generazione, non sarebbe apparso come il maggiore indiziato di un improvvisato “Trova l’intruso”. Cedric e Goran hanno saputo scrivere due storie importanti, su scenari differenti, del tennis moderno, mettendo in mostra una caparbietà che nessuno riconosceva loro. Una lezione tanto entusiasmante che ci trasmette la forza del volere umano anche nelle situazioni che più sembrano disperate, come lo è il tentativo di cambiare le proprie attitudini caratteriali: loro ce l’hanno fatta, e noi gliene siamo grati.

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