L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DI ROMINA

La Oprandi si riaffaccia alle grandi platee passando le qualificazioni del torneo più importante al mondo. Storia di talento, sfortuna e determinazione di chi prende il tennis con leggerezza

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Wimbledon (Gran Bretagna) – Qualcosa che se provavi ad ipotezzarla mesi addietro, anche a livello di fascinosa utopia, ti avrebbero scambiato per uno ormai pronto all’immediato internamento: Romina Oprandi si prende Wimbledon. Supera di slancio le qualificazion ed accede al main draw. Ancora ebbri come vespe che ronzano attorno alle tinozze di mosto dopo l’inattesa epifania parigina di Francesca Schiavone, questa piccola ma immensa impresa simile ad uno squarcio di sole, è passata quasi inosservata. Potrebbe anche passare un turno, due o nessuno. Ma non è faccenda rilevante.

Dissertando amabilmente di italtennis con un fruttarolo. Calboni, anziano venditore di zucchine e peschenoci, ascoltando il mio moderato segno di giubilo ed una commozione insensata, proprio non si capacitava. “Ma come, proprio tu che spari sempre a zero in modo cattivo sui poveri tennisti italiani…”. Come dargli torto. Se critichi amabilmente Safin o Youzhny sei un gran simpaticone, un fine umorista. Se ti azzardi ad addentrarti nei ricercati meandri dell’italtennis, divieni un disperato. Pazzo, o addirittura pusillanime anti italiano. Un disertore da rinchiudere nelle segrete assieme ai molestatori di scimmie marsupiali. Prevenuti e miopi nel non rinvenire le enormi doti (potenziali e morte) dei nostri. Il Calboni, pur non essendo uno di quelli che ne fa professione intransigente, ma solo un appassionato e discreto giocatore della domenica, non sfugge alla regola. Va in brodo di giuggiole per il rovescio di Volandri, è fermamente convinto che se sono riusciti a vincere tornei i vari mezzi figuri tipo Stakhovsky o Llodra, con un po’ di fortuna in più, ne sarebbero capaci anche tennisti molto più ricchi di talento, come alcuni della nutrita truppa di fenomeni italiani. Ci vuole buona sorte, però.

Il piccolo grande miracolo Oprandi. Romina Oprandi ha una storia da raccontare che trascende le bieche nazionalità. Le due operazioni alla spalla ed il calvario fisico affrontato avrebbero stroncato molti. Sfortuna vera e cruenta, mica anelanti richiami a stelle propizie e buone sorti di chi, pur essendo sano come un crotalo, finisce sempre in padella. E per i quali si invoca comprensione. Le qualificazioni superate a Londra dalla nostra si rivestono di un significato particolarmente dolce, valgono come una vittoria. Solo un anno fa la si osservava intenta nel folle tentativo di rientrare, tra lo scetticismo generale di chi la sa lunga. Tanti tornei Itf giocati senza brillare, molti abbandoni. Fino al buon finale dello scorso anno e ad un 2010 da protagonista, nei tornei minori però.
Leggevo un’intervista in cui si dichiare felice. Si diverte a giocare a tennis, ma non ha obiettivi o mete. E senza ostentare tonanti ambizioni afone di altri, si iscrive alle qualificazioni di Wimbledon. Perché partecipare ai Championships londinesi è dovere morale di chiunque ha deciso di fare il suo mestiere in modo professionistico, dicono i sovversivi. E le supera. La spalla martoriata ancora le provoca fastidi, gioca anche con un crociato a pezzi, muovendosi come goffa tortorella semovente, ma vince le partite e riavvista le prime cento, sempre in inspiegabile leggerezza. C’è da non ammirare questa piccola Heidi con le gote rubizze? Più asciutta ma ancora piombata sul terreno è lì, che disegna gran tennis. Bando alle chiacchiere, con un fisico non mostruoso, nemmeno normale, ma almeno lasciato in pace dagli infortuni, sarebbe l’italiana più forte. Se le berrebbe tutte come un ovetto alla cocque. E’ una stolta convinzione che mi porto appresso dal 2006.

Quel bizzarro concetto di buona sorte. Eppure, c’è un malcelato spirito di razzismo di ritorno che respiro attorno alle mie parole. Infatti il Calboni torce l’orrido labbro vagamente leporino. Proprio non si capacita di come io possa snobbare il pregiatissimo e talentuoso parco giocatori italiano, ed esaltare quella ragazzotta nata tra i monti svizzeri, coi tratti del viso nordici e tutti quei piercing da rave più che da tennis. O forse sarà quell’intercalare tedesco che la fa sembrare la sorella di Werner Perathoner, a destargli scetticismo. E mentre sistema nelle cassette i peperoni “cornaletti”, prova un bieco tentativo di dissuasione: “Più che gli infortuni, dovresti sapere che a limitarla è stata la scarsa professionalità, un’alimentazione non da sportiva…”.
Delittuoso spendere belle parole per chi si è lacerata tutto e ci riprova, doveroso invece compatire chi è svagato nella mente, ma se solo volesse… L’Italia è la “terra dei cachi” del resto. Il Calboni sarà un lettore fisso di chi loda ed incensa le proditorie cavalcate dei nostri. Li coccola con paterna devozione e comprensione bonaria ad ogni insuccesso (ovviamente frutto di quel fato avverso, sempre lui): da Seppi che avrebbe la costanza per competere a grandi livelli, a Volandri… a beh, e se Filippo trova un po’ di voglia e motivazione… e poi Bolelli che ha talento da vendere, se solo lavorasse  sodo… e Fognini poi, quando aggiusterà qualcosa a livello di testa, vedrete… Evidentemente frustrato dalla immane fatica di giustificare tutto ciò, il fruttarolo libera un paradossale livore subnormale sulla ragazza italo-svizzera. Scarsamente professionale a tal punto da passare sopra ad infortuni che nemmeno il dott. House impasticcato avrebbe risolto pienamente.

A proposito di dotte considerazioni su motivazioni e ambizioni. La stessa somma idea di motivazione comincia a suonarmi come un affare misterioso, avvolto da un nebbione clamoroso. All’insipiente totale, verrebbe da chiedersi dove sarebbero ora quegli eroi azzurri, avessero affrontato la metà dell’odissea fisica di Romina. Se anche ora, sani e saettanti, affrontano Wimbledon come una scampagnata inutile. O nemmeno vi partecipano, perché non rientra nei loro certosini programmi. Cerco di immaginarli (facendo gli scongiuri): Probabilmente uno a stendere pizze in un chiosco di famiglia, l’altro a vender “grattachecche” al mirtillo in Lapponia.
Ambizione appunto. La Oprandi, lo ha ammesso con candore, non ne ha. Al limite le piacerebbe rientrare tra le prime cento. Prende tutto quello che viene con leggerezza inebriante. Si diverte. Lei che non ha nessun obiettivo è lì, nel tabellone di Wimbledon. Quelli che ne hanno a palate sbandierano al mondo miraggi di top-ten, fantasmagoriche tabelle, rutilanti partecipazioni ai Masters. Shanghai come Londra. E chissà quale altra mirabolante avventura da super eroi. E intanto rimangono a casa. Al più trottano in un challenger per fare qualche punto. Potendo mangiare i tortelli fattincasa, mica quell’orrendo “fish&chips” o peggio ancora le fragole sfatte con la panna liquida londinese. E poi vuoi mettere quel grigio-piombo che attanaglia sovente Londra, e che avvilisce gli animi dei nostrani poeti della racchetta? Il tennis di chi ha grandi progetti non passa mica da Wimbledon.
E intanto quella senza fisico, che si alimenta in modo disordinato, poco professionale e svogliata, che pure avrebbe avuto mille motivi per lasciar perdere tutto, s’è presa il diritto di giocare Wimbledon, il torneo più importante al mondo. Per tutti, non per gli italiani.

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