ERBA INDIGESTA

Il rapporto tra i giocatori azzurri, storicamente più legati alla terra battuta, e i prati verdi non è mai stato particolarmente positivo. E anche quest’anno la programmazione della maggior parte dei nostri ragazzi conferma una certa “allergia” all’erba

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Roma. Per antica e ormai consolidata tradizione, i tennisti italiani non sono mai andati troppo d’accordo con i campi d’erba. A Wimbledon, ad esempio, abbiamo raccolto pochi risultati di rilievo anche nell’età dell’oro del nostro tennis, negli anni ’60 e ’70. Complessivamente, in 99 anni di partecipazioni azzurre ai Championships (primo italiano a giocare Wimbledon fu Gino De Martino nel 1911), solo quattro volte abbiamo piazzato un azzurro nei quarti di finale (De Morpurgo nel 1929, Pietrangeli nel 1955, Panatta nel 1979 e Sanguinetti nel 1998), e una sola volta in semifinale (ancora il grande Pietrangeli nel 1960 che fu sconfitto per 6-4 al quinto set dall’immortale Rod Laver).

I migliori risultati. Dopo i quarti di finale raggiunti da Sanguinetti nel ’98, i buoni risultati azzurri sull’erba sono davvero pochissimi e si limitano a qualche challenger vinto da Massimo Dell’Acqua (Bristol nel 2003) e Daniele Bracciali (Suerbiton e Manchester nel 2005), due tennisti dal gioco offensivo e dal gran servizio che ben si adattava all’erba. A livello ATP il risultato più prestigioso l’ha colto invece Laurence Tieleman, un tennista di origine belga devoto del serve and volley, che, sempre nel 1998, raggiunse a sorpresa la finale nel torneo del Queen’s partendo dalle qualificazioni. Sempre al Queen’s, l’anno successivo si issò fino in semifinale poi: il buio o poco più.

Le ragioni del fallimento. Spiegare le ragioni di risultati così magri, è solo in parte giustificabile a partire da questioni tecniche. I tennisti italiani, infatti, sono da sempre abituati a giocare e a formare i propri schemi di gioco sulla terra battuta: l’erba, sulla quale fino a un decennio fa si era praticamente costretti a giocare serve&volley, imponeva agli azzurri di rivoluzionare completamente la propria attitudine di gioco. Questo alibi della scarsa adattabilità, peraltro sconsacrato da tantissimi altri tennisti di altri paesi dove campi in erba non ce ne sono, non esaurisce la questione anche perché, negli ultimi dieci anni l’erba è stata molto “allentata” e tanti giocatori da fondo campo hanno potuto tranquillamente adattare i propri schemi alla nuova erba “lenta”.

Poche motivazioni. I problemi vanno dunque cercati altrove. Probabilmente nella mancanza di motivazione. Anche per questo background culturale radicato, infatti, i tennisti azzurri di solito sognano di vincere il Roland Garros o lo Us Open, non Wimbledon. È come se sapessero già che i prati non fanno per loro e, di conseguenza, non perdono nemmeno troppo tempo nell’affrontare una preparazione appropriata. Nonostante i cambiamenti adottati, infatti, l’erba resta pur sempre una superficie da preparare con un certo anticipo. Molti nostri tennisti, anche alla luce del fatto che la stagione sul verde si è ormai ridotta a 4 settimane (5 se ci mettiamo l’appuntamento di Newport), credono non valga la pena di spendere tempo nel prepararsi adeguatamente sui grass court e si programmano in tutt’altro modo.

Tempio profanato. Quest’anno, per esempio, solo Seppi e Lorenzi hanno affrontato entrambe le settimane di tornei su erba che precedono i Championships. Fognini, invece, dopo aver disputato il challenger sulla terra di Kosice (chissà perché…), sta giocando questa settimana a Eastbourne. Gli altri, al contrario, hanno scelto modi diversi per “prepararsi” al torneo più prestigioso del mondo. Il nostro numero 1 Starace, per esempio, ha deciso di giocare sulla terra di Lugano e di arrivare a Wimbledon solo all’ultimo momento. Filippo Volandri e Alessio Di Mauro, che non hanno mai troppo gradito l’erba, hanno deciso di concentrarsi sulla terra e, sebbene la classifica avrebbe consentito loro di farlo, non se la sono sentita di affrontare le quali a Wimbledon come invece hanno coraggiosamente fatto Aldi, Cipolla, Ghedin e Vagnozzi. Anche Stefano Galvani poteva giocare le quali ai Championships, ma ha preferito cimentarsi nel future della sua città, a Padova. Simone Bolelli, infine, ed è la delusione più grande, ha deciso di saltare addirittura tutta la stagione sul verde e ripiegare sui challenger italiani sul rosso.

Il coraggio di scegliere. Spesso accusiamo i nostri giocatori di programmarsi in modo piuttosto provinciale e di non privilegiare i grandi tornei, accontentandosi. Sono dell’idea che ciascuno sia libero di fare le scelte che meglio crede ma mi pare ovvio che, potendo decidere, bisognerebbe cimentarsi negli appuntamenti importanti, dove è possibile confrontarsi contro avversari di grande livello ed ambizione ed è più facile, in caso di risultati positivi, incrementare punti, fiducia e…soldi. Certo, è un rischio maggiore, però chi ha ambizioni serie ad emergere in questo sport ed è giovane, dovrebbe armarsi di coraggio e rischiare. La costruzione di un grande giocatore passa anche attraverso queste scelte difficili ma necessarie.

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